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Università della Tuscia: prima tra le pubbliche nelle scienze giuridiche. Una riflessione sui modelli e sulle prospettive

C’è una storia che merita di essere raccontata oltre il dato, pur eccezionale, del primo posto conquistato dalle scienze giuridiche dell’Università della Tuscia (UNITUS) tra le università pubbliche italiane nella più recente Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR). È la storia di una piccola sede universitaria del Centro Italia che, in un contesto nazionale dominato da università di grandi dimensioni ancorate alla forza dei grandi poli metropolitani, è riuscita a imporsi come punto di riferimento su scala nazionale nelle scienze giuridiche.

Ma partiamo dal dato. Le Scienze Giuridiche dell’UNITUS si attestano ufficialmente al vertice assoluto della ricerca scientifica italiana. A decretarlo sono i risultati analitici dell’ultimo rapporto quadriennale sulla Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR 2020-2024) redatto dall’Agenzia Nazionale ANVUR e pubblicati sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore. Nell’Area 12, interamente dedicata alle scienze giuridiche, il percorso formativo d’eccellenza proposto dall’UNITUS ha conquistato il primo posto ex aequo con Ferrara e Verona sul podio delle università statali. Al contempo il dottorato di ricerca in scienze giuridiche dell’UNITUS è arrivato secondo in assoluto in Italia.

Questo straordinario primato proietta l’intera area delle scienze giuridiche, con in testa il corso di laurea in Giurisprudenza del Dipartimento DIKE, in una dimensione di spicco nel panorama accademico nazionale. Con la VQR appena pubblicata che riguarda questo ultimo quadriennio sono stati infatti “pesati” quasi 200 mila prodotti di ricerca, valutando complessivamente 75.869 ricercatori (tra strutturati, neoassunti e promossi) attivi in 100 università italiane ed enti pubblici, con il supporto di 723 esperti dei GEV e oltre 6.000 revisori esterni. In un contesto in cui la maggior parte della produzione scientifica nazionale si è attestata su classi intermedie, la ricerca espressa dal corpo docente e dai ricercatori di Giurisprudenza al DIKE ha raggiunto i massimi standard qualitativi, superando i dipartimenti di legge delle mega-università italiane.

Il risultato è di quelli che segnano una tappa. Ma come leggerlo? Un exploit improvviso, episodico? Un colpo di fortuna, un accidente? No, no di certo. Dal 2018, cioè da quando esiste il rapporto quadriennale sulla Valutazione della Qualità della Ricerca, infatti, Giurisprudenza a Viterbo si colloca stabilmente nella fascia alta della valutazione nazionale. Il primato odierno è, per certo, la consacrazione di un percorso, la manifestazione più tangibile di una traiettoria, di una scelta precisa, di strategie e pratiche accademiche di eccellenza, di cui la qualità della ricerca è soltanto l’epifenomeno. 

E veniamo quindi alla storia, a quel bizzarro caso del primato viterbese: una storia che narra di come abbia preso forma il “modello” UNITUS. Questo è, infatti, il primo elemento da mettere a fuoco. Giurisprudenza alla Tuscia non racconta la favola consolatoria del piccolo che, una volta tanto, sorprende i grandi. No. Racconta qualcosa di più interessante: di come una università pubblica, di piccole dimensioni collocata in un territorio che non dispone né del potere economico né del capitale simbolico delle grandi aree metropolitane o degli Atenei del Nord del Paese, abbia sviluppato nel tempo un modello felice di città universitaria ad altissimo impatto. E di come lo abbia fatto non imitando i giganti, ma scegliendo un’altra strada. 

La strada è quella di un modello fondato su cinque pilastri (le c.d. “5 C”): condivisione, co-creazione, continuità, cura e connessione

Il primo pilastro è quello della condivisione, intesa come buona pratica di relazione tra tutte le anime dell’università. In un panorama accademico dominato dalla frammentazione, dalle rigidità dei rapporti tra settori, scuole, generazioni accademiche, la qualità individuale stenta a tradursi in qualità “di sistema”. Da questo punto di vista, l’UNITUS rappresenta senz’altro una felice anomalia: un luogo dove le informazioni, le idee, i progetti, le responsabilità circolano all’interno di una comunità accademica giovane, vibrante e vitale. Dove i conflitti di certo non scompaiono – cosa peraltro impossibile e, forse, neppure auspicabile in una comunità scientifica – ma semplicemente vengono gestiti attraverso una condivisione e una cooperazione reali, in modo da scongiurare la paralisi. 

Il secondo pilastro riguarda lo spazio reale riconosciuto ai giovani studiosi, che è concepito come spazio di co-creazione e di produzione di capitale umano. Questo è forse il tratto più distintivo e più controcorrente. In un sistema accademico spesso percepito come fortemente gerarchico, la possibilità per un giovane studioso di avere ascolto, margini di azione, occasioni di iniziativa, non è un dettaglio organizzativo: è una scelta di cultura istituzionale. Significa dire che il ricambio non è un fatto anagrafico, ma una risorsa intellettuale. Significa anche rendere l’ambiente più attrattivo per talenti di alto profilo provenienti da altre sedi e da altre aree del Paese. Non stupisce, in questa prospettiva, che le selezioni per il dottorato e per le posizioni accademiche registrino candidature forti e competitive.

Il terzo pilastro è quello della continuità, che assicura la tenuta dell’intera filiera della qualità. Il doppio piazzamento di successo ottenuto da Giurisprudenza e dal dottorato è un dettaglio solo in apparenza tecnico. In realtà, il segnale forse più importante è di continuità. Dice che l’eccellenza dipende da una comunità scientifica nel suo insieme. Se sia docenti senior, sia i neoassunti, sia i giovani ricercatori in formazione sono posti in condizione di dare il meglio. In altre parole, non è l’eccellenza di alcuni a trascinare il resto, ma quella di una struttura complessiva capace di produrre continuità a trascinare tutte le persone coinvolte, nessuna esclusa.

Il quarto pilastro è rappresentato dalla cura, in tutte le sue declinazioni: dalla responsabilità sociale nell’ambito della terza missione, all’attenzione agli studenti, ai loro percorsi individuali, alle loro prospettive di occupazione e di mobilità sociale. Rispetto a quest’ultimo dato, il modello UNITUS assume un significato che va oltre la competizione accademica. In una sede dove la qualità della ricerca non resta confinata nelle pubblicazioni, ma entra nella vita quotidiana dei corsi, il vantaggio per gli studenti è diretto: una didattica più viva, più aggiornata, più esigente, più aperta ai problemi del presente. E dato che l’area giuridica dell’UNITUS traduce l’eccellenza della ricerca in eccellenza della didattica, operando in un contesto segnato anche dalla forte presenza di studenti e studentesse lavoratori, o provenienti da famiglie talvolta con difficoltà economiche, allora il risultato non è solo scientifico: è anche civile. Significa che l’università pubblica può ancora fungere da ascensore sociale, da luogo di emancipazione, da spazio aperto e partecipato, in cui il talento non viene automaticamente selezionato a monte dal censo o dal capitale familiare. E questo vale tanto per gli studenti di Giurisprudenza quanto per gli studenti del corso di laurea magistrale internazionale in Studi europei, che provengono da numerosi contesti svantaggiati nel mondo e che, all’interno del modello UNITUS, ricevono stimoli e supporto che sarebbero inarrivabili altrove. Un esempio per tutti è l’impegno profuso dall’UNITUS nel programma dei corridoi universitari per gli studenti rifugiati (UNICORE) dell’UNHCR e nell’ambito del quale il modello di accoglienza e integrazione sviluppato a Viterbo rappresenta un’avanguardia a livello nazionale ed europeo.  

Infine, il quinto fondamentale pilastro è quello della connessione, intesa come rapporto osmotico con l’esterno, che comporta feconde contaminazioni e la capacità dell’area giuridica dell’UNITUS di farsi parte attiva nei processi di trasformazione sociale e rigenerazione territoriale. Si tratta di un meccanismo complesso e poliedrico, che nasce dall’intreccio tra un profondo radicamento territoriale e una forte spinta all’apertura internazionale. È uno degli elementi più interessanti del modello, perché smentisce un altro falso mito dell’accademia italiana: quello per cui un ateneo o è locale o è internazionale. In realtà, l’esperienza di Viterbo dimostra che si è tanto più credibili all’esterno quanto più si è capaci di produrre valore e impatto nel proprio contesto; e si restituisce tanto più al territorio quanto più si è inseriti in reti di scambio internazionali. L’area giuridica UNITUS ha lavorato proprio sulla cucitura fra queste due dimensioni. 

Un ruolo strutturante e proattivo in tal senso è svolto dall’Associazione “Amici di Giurisprudenza”, nata nel 2023 come strumento di promozione e di diffusione della cultura e della conoscenza giuridica, che contribuisce a costruire l’identità dell’area giuridica UNITUS come soggetto unitario, in costante dialogo con le istituzioni e gli stakeholder del territorio per progettare insieme azioni e iniziative di respiro nazionale e internazionale. Le attività promosse negli ultimi mesi mostrano con chiarezza questa “doppia vocazione” e il funzionamento del processo osmotico. Anzitutto, la Giornata della legalità 2026, organizzata in cooperazione con il Tribunale di Viterbo e aperta da saluti istituzionali del Presidente della Repubblica e del Commissario europeo alla Giustizia, che ha ospitato la cerimonia di conferimento del dottorato honoris causa a figure di caratura internazionale come Nicolas Guillou e Rosario Salvatore Aitala, giudici della Corte penale internazionale. E poi, la International Migration Conference 2026, ormai appuntamento consolidato che porta ogni anno a Viterbo i leading scholars del diritto dell’immigrazione a livello europeo. E ancora, l’evento di restituzione del progetto Pills of Rights, che ha messo in relazione carcere, ricerca, linguaggi audiovisivi e riflessione giuridica, contribuendo anche alla riapertura del teatro della casa circondariale di Viterbo, dopo anni di inagibilità. E, ultimo solo cronologicamente, il prossimo convegno internazionale del Berkeley Center on Comparative Equality & Anti-Discrimination Law, ospitato dall’UNITUS, sul tema Equality and Democracy in Challenging Times.

Sono iniziative molto diverse tra loro, ma riconducibili a una stessa idea: quella del diritto come sapere scientifico capace di incidere nella società, di costruire legami, di parlare al territorio e insieme al mondo.

Dentro questo quadro, la connessione territoriale e internazionale non è un ornamento. Non si riduce alla presenza di ospiti delle istituzioni locali o stranieri, ma riguarda il modo stesso in cui l’area giuridica UNITUS trasforma lo spazio accademico: attraverso reti locali, accademie scientifiche, scambi, confronto continuo con studiosi e istituzioni di altri Paesi, attenzione a temi – dalle migrazioni alla giustizia penale internazionale – che richiedono necessariamente una prospettiva sovranazionale. È anche così che una piccola sede universitaria diventa attrattiva: non rinunciando alla propria identità, ma mettendola in dialogo con il mondo.

E veniamo alla morale della storia. Troppo spesso il dibattito sull’università italiana si lascia incantare da un lessico quantitativo. Si parla di numeri, dimensioni, posizionamenti, massa critica, attrattività misurata solo in scala. Tutto questo conta, naturalmente. Ma non basta. Il modello UNITUS suggerisce che esistono beni istituzionali più difficili da misurare e tuttavia decisivi: il clima interno, la fiducia tra generazioni accademiche, la disponibilità a condividere le responsabilità, l’assenza di steccati inutili, la capacità di trasformare la piccola dimensione in prossimità. In breve: la differenza tra una struttura che semplicemente esiste e una comunità che lavora.

In questa prospettiva, il successo dell’area giuridica UNITUS racconta molto più di una vittoria in classifica. Racconta che, anche nel sistema universitario italiano, si può vincere a prescindere dalla dimensione, puntando su un modello di università costruito attorno alla comunità studentesca, accademica, territoriale. Un modello più cooperativo che competitivo al proprio interno, più attento ai talenti che alle gerarchie, più capace di tenere insieme ricerca, didattica, territorio e internazionalizzazione. Perché una struttura più piccola può diventare più rapida nella circolazione delle idee, più aperta alla collaborazione, meno prigioniera delle rigidità interne, più capace di responsabilizzare chi entra, più pronta a riconoscere merito e iniziativa. 

È questa la vera lezione del modello UNITUS. Non quella di un’eccezione inspiegabile, ma quella di una eccellenza costruita nel tempo, con metodo, lavoro collettivo e visione.

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Il dottorato honoris causa ai giudici della Corte penale internazionale Nicolas Guillou e Rosario Salvatore Aitala. Atti della cerimonia di conferimento

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